IL CAMBIAMENTO CLIMATICO ora non è più tempo di prevenzione

La recente conferenza sul clima tenutasi a New York, Stati Uniti, all’interno del palazzo dell’ONU ha risvegliato la coscienza di tante persone riguardo al cambiamento climatico che sta vivendo il nostro pianeta. E noi con esso.

La giovane attivista Greta Thunberg ha portato dentro al Palazzo di vetro più influente del mondo la voce razionale e appassionata del popolo consapevole. Ha gridato ai grandi della Terra un messaggio tanto semplice quanto spaventoso: non c’è più tempo.

Questo è accaduto di fronte ad una platea dall’applauso facile ma di scarsa concretezza di propositi. Per non parlare dell’ottusa arroganza di quello che si definisce spesso l’uomo più potente del mondo.

Nonostante un’evidente sintomatologia del fenomeno climatico fatichiamo ad accettare che la patologia possa essere combattuta solo modificando radicalmente le nostre abitudini ed il grado di sostenibilità della società.

L’effetto dello scioglimento artico

L’uomo, nella sua masochistica esistenza, immette in atmosfera 40 miliardi di gas serra ogni anno, e uno dei più rilevanti effetti è lo scioglimento progressivo della calotta polare Artica.

L’innalzamento medio delle temperature è circa di 1 grado ogni anno ed è causa di stravolgimenti climatici su tutto il globo.

I ghiacci millenari si stanno fondendo inesorabilmente a ritmi elevati stravolgendo gli ecosistemi e sterminando specie marine.

Se i ghiacci dovessero sciogliersi, i mari si innalzerebbero di 7 metri ricomprendo parti di terra emersa ed assorbendo ancora più calore.

In Groenlandia lo scioglimento stagionale dei ghiacci ha raggiunto il 60% della superficie nel mese di Agosto di quest’anno. La media storica, nello stesso periodo, era del 10%.

Secondo gli esperti su quest’area inciderebbe la destabilizzazione o, addirittura, l’assenza della corrente a getto che ha ripulito i cieli dagli ammassi nuvolosi esponendo i ghiacci al surriscaldamento.

L’acqua, nel suo passaggio di stato da solido a liquido, diminuisce infatti sensibilmente la sua capacità di riflettere il calore. Il ghiaccio respinge il 90% del calore derivante dai raggi solari, la neve solo il 30%.

In questo territorio va detto inoltre che la fusione dello strato ghiacciato porta alla luce numerose quantità di minerali. Questi sono utili all’industria elettronica ed è chiaro che le logiche economiche di medio periodo non possano convergere con naturalezza verso la risoluzione di questo problema.

Non si parla più di prevenzione

I dati e gli effetti del cambiamento climatico sono sotto gli occhi di tutti e facilmente reperibili.

Basti pensare all’insolita nevicata di Maggio 2019 alla quale qui, in Emilia, abbiamo assistito attoniti. Oppure le violenti tempeste di pioggia o grandine di quest’estate appena conclusa.

Molti di noi hanno visto la propria auto distrutta da chicchi di grandine grossi come palle da tennis piovuti dal cielo alla velocità di oltre 100 chilometri orari.

Per non bastare, recentemente la comunità scientifica ha individuato nella metà del Novecento l’inizio di una nuova era geologica, l’Antropocene, segnata dall’irreversibile impatto dell’uomo nei suoi equilibri millenari.

Questi non sono più scenari nei quali si possa parlare di prevenzione, ma di riparazione.

L’obbiettivo di molti istituti di ricerca sorti negli ultimi anni hanno lo scopo di trovare una cura ad una patologia globale alla quale assistiamo e partecipiamo con colpevole pigrizia.

Tra le idee allo studio ci sono le riforestazioni che consentirebbero l’assorbimento massiccio di CO2 ma che trovano nella crescita demografica (si parla di 9-10 miliardi di persone entro il 2050) un ostacolo significativo.

Ciò ha portato a ideare curiosi propositi di infoltimento della vegetazione acquatica ma soprattutto di ricongelamento dei ghiacci artici. 

Gli scienziati stanno studiando la possibilità di solarizzare delle nuvole marine, che consisterebbe nel favorire la formazione di nuvole bianche nelle aree polari attraverso l’immissione in atmosfera di piccole particelle di sale.

Questo approccio interventista è controverso e riserva molti dubbi da parte della comunità scientifica e dell’opinione pubblica.

Cosa possiamo fare?

Piccole organizzazioni scientifiche possono mettere in campo processi tecnici e chimici per curare il nostro mondo.

Ma ancora meglio possono fare i popoli nelle loro piccole abitudini e nell’organizzazione delle comunità.

Avremo sempre più bisogno di energia per i processi produttivi, per spostarci da una parte all’altra del pianeta in un’economia sempre più priva di confini.

Avremo bisogno di energia per scaldare le nostre case che, in Italia, incidono per il 60% delle emissioni di CO2 (leggi l’approfondimento).

Tutto questo sarà sempre più evidente quando anche le aree più povere del mondo si svilupperanno e chiederanno le risorse di cui noi abbiamo abusato per decenni.

L’unica via d’uscita è concepire un’esistenza più sostenibile e che non impatti dunque su ciò che la natura mette a disposizione, abituandoci ad esigere un ciclo di vita virtuoso dei materiali che ci occorrono quotidianamente.

Le nostre case dovranno riuscire a produrre autonomamente la poca energia di cui hanno bisogno per esser climatizzate sfruttando esclusivamente l’energia rinnovabile. (leggi approfondimento)

Il vero obbiettivo di tutti noi non è più la riduzione dei gas serra, ma l’azzeramento.

Alessandro Prandini geometra


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