COHOUSING, Come (forse) abiteremo il futuro insieme

La mia camera…la mia casa…il mio giardino…mentre ci chiudiamo sempre più su noi stessi e sull’Io,  dall’oltre oceano, dal nord Europa e soprattutto dal Giappone arriva una controtendenza dell’abitare: il cohousing.

Nelle metropoli gli spazi sono ridotti, i prezzi delle case inaccessibili, gli abitanti sempre più anziani e soli. Nasce così “l’abitare condiviso”: si vive insieme condividendo spazi e servizi.

Ci sono studi e laboratori nord europei dove si fanno ricerche, analisi e studi sul futuro sulle persone e sul loro modo di vivere da tali ricerche emerge che nei prossimi decenni convertiremo in nostro modo di vivere e passeremo dal MIO al NOSTRO.

Cos’è il Cohousing?

Si potrebbe pensare che i nostri condomini con spazi in comune possano essere assimilati ai cohousing ma non è così semplicistico.

Un cohousing che è regolato da uno statuto redatto in base alle esigenze di chi lo abita e regola ciò che è in comune: orto, palestra, piscina, area barbecue, sala cinema, biblioteca ma anche salotto o sala da pranzo.

Spazi dove accogliere un gruppo di amici fino ad arrivare al car sharing condominiale di cui condividono i costi di acquisto, manutenzione e assicurazione.

L’alloggio privato è ridotto al minimo indispensabile, il superfluo (ma necessario) è condiviso.

In questo modo le spese di gestione sono ridotte al minimo senza però rinunciare al comfort anzi, avendo a disposizione “optional” e comodità altrimenti inaccessibili.

Oltre al un grosso vantaggio economico, quello che unisce chi si approccia a questo abitare è l’ideologia di un vivere diverso per ritrovare dimensioni perdute di socialità. Ci sono addirittura realtà dove senza obblighi per nessuno ci si aiuta a fare la spesa o ad accudire i bimbi qualche ora.

Naturalmente oltre a tanti lati positivi il co-abitare ha tante criticità date appunto dalla convivenza stessa. Le relazioni che si instaurano spesso possono incrinarsi, occorre impegno e determinazione da parte di tutti gli abitanti per riuscire ad andare avanti.

Il futuro del co-abitare

Sono ormai alcuni anni che esistono sono organizzazioni che seguono il progetto del coabitare dall’inizio alla fine.

Raccolgono le adesioni degli interessati con le rispettive esigenze e raggruppano le famiglie con interessi e ideologie comuni.

Le famiglie che aderiscono sono eterogenee per tipo e età: coppie, singole, famiglie tradizionali e monogenitoriali con età del gruppo da 0 a 90 anni. Anche in Italia c’è fermento e in molte grandi città stanno nascendo progetti di co-abitare che in alcune realtà sono già operativi.

In Giappone, dove il cohousing è già rodato, da alcuni decenni si è fatto un ulteriore passo verso una flessibilità maggiore dell’abitare: sono già disponibili sul commercio i primi appartamenti con pareti mobili e muri rotanti che all’esigenza cambiano conformazione all’alloggio per cedere o acquistare una stanza dal vicino senza per forza dovere fare un trasloco, gli arredi sono minimal e adattabili ai gusti di chiunque li abiti.

Oltre manica si hanno esempi di co-housing che sono divenuti miracoli sociali.

Un gruppo di amiche già dalla fine del ’90 ha iniziato a pensare a come far fronte alla loro vecchiaia che non avrebbero voluto passare sole o in una struttura. Hanno impiegato due decenni ma hanno dato vita, a nord di Londra, ad una Senior Co-housing.

Ognuna delle 26 donne dispone di un appartamento di proprietà o di un alloggio in affitto agevolato. Mangiano insieme, fanno ginnastica insieme e si fanno compagnia l’una con l’altra.

Il loro Owch (Older Women’s Co-Housing Community) è un esempio per tutto il mondo.


Alessandra Guidetti architetto


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