EMERGENZA CORONAVIRUS, l’edilizia, noi e gli altri

Alla fine è arrivata. Un’ondata che si è abbattuta sulle nostre abitudini, spazzandole via. L’abbiamo sentita arrivare ma non siamo stati capaci di intuirne la violenza.

Il Coronavirus è arrivato anche nelle nostre città, nelle nostre case, nei nostri uffici, nelle fabbriche e nei negozi.

Nel fine settimana del 7 e 8 Marzo, mentre tutti stavamo conducendo i soliti due giorni di riposo tra una settimana di lavoro conclusa ed una che stava per cominciare, è arrivato il primo provvedimento che ci ha fatto sentire vulnerabili. In un sabato qualunque, almeno per molti, le sirene dell’emergenza hanno suonato anche qui in Emilia Romagna e abbiamo compreso che l’epidemia non era solo una questione cinese, non era solo una questione lombarda, ma questione di tutti.

E allora anche noi di Livinstudio, ognuno diligentemente dalla propria scrivania di casa, vogliamo raccontare la nostra esperienza.

Coronavirus e l’edilizia

A distanza di un mese dal primo caso italiano di COVID-19 possiamo dire che, ancora una volta, l’edilizia è stata dimenticata. Soprattutto è stato dimenticato che l’edilizia è fatta per lo più di piccolissime realtà lavorative che, insieme, soddisfano un bisogno primario: quello della casa.

Nelle ultime settimane, mentre osservavamo la macchina produttiva nazionale rallentare sino a fermarsi, le imprese e i suoi artigiani hanno continuato, tra tenacia e incoscienza, a svolgere il loro lavoro. Gli operatori edili hanno cercato di proseguire i loro appalti nonostante la sempre crescente difficoltà di reperire materiali e risorse. Tutto questo in circostanze confuse che avrebbero rischiato di produrre enormi danni ad un settore che vive nella complessità e nell’incertezza.

Vi chiederete perché se molte aziende hanno continuato a lavorare, sino a poco fa, debba essere l’edilizia il settore meno tutelato. Il motivo è molto semplice: a differenza di tante realtà produttive non esiste, nei cantieri edili, una circostanza nella quale sia possibile rispettare le misure di prevenzione imposte dal DPCM 8 Marzo 2020. Sia per ragioni operative che di sicurezza dei lavoratori.

Due o più muratori, idraulici o elettricisti che lavorano ad una ristrutturazione devono necessariamente condividere spazi di lavoro esigui. Due muratori che montano l’architrave di una porta non potrebbero farlo mantenendo un metro di distanza tra loro.

Ciò significa che è stata lasciata la facoltà ai soggetti appaltanti (per lo più privati) di richiedere il rispetto degli accordi contrattuali alle proprie imprese appaltatrici nonostante la situazione di emergenza.

Tutti a casa

Ora, fortunatamente, con l’emanazione del DPCM del 22 Marzo 2020 anche per noi il messaggio è stato chiaro: chiudere.

I professionisti sono virtualmente dispensati dall’obbligo di sospensione e potrebbero continuare a lavorare. Noi abbiamo scelto di farlo già dal 8 Marzo con la formula dello smart working, per dovere civico e per tutela delle nostre famiglie, ma è evidente che non ci siano le condizioni per poter svolgere appieno la nostra attività. Nonostante ciò, al momento, noi tecnici siamo esclusi da ogni ammortizzatore sociale promulgato con il decreto “Cura Italia”.

Adesso però è il momento di vivere come comunità e, forse, come specie. Ogni azione corporativa a difesa di una categoria e dunque dell’individualità è riprovevole quale atto di egoismo.

Ora dovremmo goderci un silenzio che, ci auguriamo, possa non accadere più. Dovremmo respirare le giornate meno inquinate degli ultimi trent’anni e riflettere su un’esistenza sostenibile. Dovremmo spendere parte del tempo che pensavamo prezioso e che ora non sappiamo come impiegare soffermandoci su come la nostra evoluta civiltà si sia dovuta inchinare alle più semplici leggi della natura.

Ora è il momento di tutti, per ricominciare.


Livinstudio

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